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Forza maggiore: dove finisce l’amore ed inizia l’egoismo

Qual è il punto preciso in cui finisce la nostra razionalità e ci si abbandona completamente alla forza dell’istinto? Come si reagisce di fronte ad una (seppur presunta) catastrofe, e come mai l’uomo reagisce in maniera diversa rispetto alla donna? Questi (e molti altri, sottili, striscianti) quesiti sono posti dall’avvincente Forza Maggiore, opera terza dello svedese Ruben Östlund, che già si era meritato l’attenzione di Cannes nel 2011 con Play e che con questo film si è conquistato il premio Un certain Regard a Cannes 2014. Östlund viene dal documentario, più precisamente dal documentario sciistico, e questa sua vocazione realista si avverte fin da subito nell’eleganza e la precisione con cui fotografa il paesaggio innevato delle Alpi francesi e Sudtirolesi (il film è stato girato nella stazione sciistica francese di Les Arcs). Il suo stile essenziale, fatto di pochi movimenti di macchina e scandito in maniera eccelsa dalla colonna sonora che sfrutta egregiamente l’impetuosità di Vivaldi, emerge a pieno nel racconto di quello che potrebbe essere considerato un piccolo incidente senza conseguenze,  interruzione senza importanza di un bel soggiorno in montagna. Tomas ed Ebba, giovani, sui 30 anni,  sono in vacanza insieme ai due figli in un lussuoso resort in mezzo alle montagne: tutto procede tranquillamente, tra discese a quattro e riposo serale. Ma un giorno succede qualcosa di molto particolare: durante il pranzo sulla spettacolare terrazza dell’Hotel, a picco su una vallata, una valanga “controllata” (e sul tema di come l’uomo si permetta di giocare con la natura in alta montagna rimandiamo ad un interessantissimo documentario della collana PopoliDoc, Peak – Un mondo al limite) sembra uscire fuori controllo, e i villeggianti passano dalla tranquillità estrema al panico: Tomas afferra il cellulare e scappa, Ebba stringe i figli a sé e cerca di ripararli come meglio può. In realtà il pericolo era solo apparente: la valanga si è bloccata al punto giusto, i villeggianti sono incolumi, hanno solo preso un bello spavento. Tomas torna noncurante al tavolo dove stava pranzando, dove ritrova la moglie ed i figli. La vacanza può continuare. Oppure no?

Östlund non è arrivato a caso a costruire un film che assomiglia tremendamente ad un attento studio antropologico, uno scavo millimetrico nelle nostre paure più ataviche che, se fatte in qualche modo “brillare”, possono tirar fuori egoismo, o, se vogliamo chiamarlo diplomaticamente, mero istinto di sopravvivenza.  Incuriosito dal racconto di alcuni amici (in vacanza in Sudamerica, i due hanno subito un aggressione da un uomo armato: il marito è scappato, lasciando sola la moglie), il regista si è appassionato alla questione e ha consultato un archivio di 18 disastri marini avvenuti nell’arco di tre secoli. Il risultato? Nonostante di solito si dica “prima le donne ed i bambini” sono i maschi adulti, in percentuale, a sopravvivere di più. Ha inoltre scoperto come sia statisticamente molto diffuso il divorzio tra coppie che hanno assistito insieme ad una catastrofe e sono sopravvissute. Da qui l’idea di fare un film su questo argomento: dove finisce l’amore ed inizia l’egoismo?  Ebba e Tomas fanno entrambi finta di niente dopo l’accaduto, ma niente può essere come prima: la crisi serpeggia, si insinua negli sguardi, disturba le conversazioni, rischia di esplodere.

Goffredo Fofi su Internazionale, ha definito il regista svedese uno dei pochi eredi di Ingmar Bergman, chiarendo bene le opportune differenze: “Östlund non ci appare così pessimista sull’uomo come infine era Bergman, i suoi scavi nella pochezza del protagonista (e sulla pochezza morale degli uomini rispetto a quella delle donne) sono meno radicali, attenuati da una volontà di comunicazione e di messaggio (di spiegazione, di fluidità narrativa, di coinvolgimento degli spettatori) alla quale Bergman sapeva resistere, spietato verso se stesso come verso i suoi spettatori.”

Nonostante il clima sia sempre teso, il film è disseminato di spunti ironici, affidati per la maggior parte alla coppia di amici/specchio, Mats (Kristofer Hivju) e Fanni (Fanni Metelius), che sono chiamati a giudicare l’evento, e le loro relative reazioni, e trova una catarsi completa nel bellissimo e sorprendente finale, girato nei tornanti del Passo dello Stelvio in Italia. Se Bergman era spietato, Östlund ha ancora un po’ di fiducia nell’essere umano. E noi, compiaciuti, sorridiamo insieme a lui.

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