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Abel Ferrara, il cattivo tenente del cinema

Abel Ferrara è uno dei registi più controversi dello scenario americano contemporaneo, ed ha fatto della violenza urbana, della sessuofobia e del rapporto tra colpa ed innocenza i nodi centrali della sua poetica. Cresciuto nel Bronx in un ambiente degradato e difficile, ha portato spesso sul grande schermo i luoghi della sua infanzia e le storie estreme con cui si è dovuto scontrare, aiutato in questo dalla collaborazione dell’amico di liceo Nicholas St. John, che diventerà il suo più fidato sceneggiatore.

Dopo i primi esperimenti a bassissimo budget, Ferrara compie un passo produttivo in avanti nel 1984 dirigendo Paura su Manhattan (1984), dove una spogliarellista tossicodipendente (Melanie Griffith) deve fare i conti  con un maniaco che passa il tempo a sfregiare le donne nei vicoli di New York: è un vero e proprio affresco metropolitano di rara violenza ed efficacia, che getta le basi per quella che sarà tutta la sua opera successiva.

Con King of New York (1990), ritratto di un boss alla ricerca della propria redenzione interpretato da Christopher Walken, perfeziona ancora di più il suo stile inconfondibile e costruisce un noir truce che ricorda quelli dei tardi anni ’50 di Robert Aldrich e Samuel Fuller.  Il successivo Il cattivo tenente ( 1992) porta ancora più all’estremo i toni sgradevoli ed eccessivi del suo piglio registico, e narra la storia di un tenente drogato (Harvey Keitel) che resta traumatizzato per aver assistito allo stupro di una suora. Da questo film inizia la sua collaborazione con il direttore della fotografia Ken Kelsch, che mette in scena dirompenti visioni nelle quali si materializzano  ossessioni di vario tipo, soprattutto religiose.

Dopo la realizzazione delle sue opere più intime e compiute (The addiction, 1996 e Fratelli, 1996), termina la collaborazione con St. John  e dirige il noir di spionaggio industriale New Rose Hotel (1998).

Ferrara è sempre stato interessato al tema religioso, e finisce con affrontarlo di petto nel suggestivo Mary (2005)  dove Juliette Binoche veste i panni di un’attrice in preda ad una crisi mistica dopo aver interpretato in un film il ruolo di Maria Maddalena e, desiderosa di continuare il cammino spirituale intrapreso, decide di andare recarsi in pellegrinaggio  a Gerusalemme.

Nel 2009 il regista del Bronx va alla ricerca delle proprie radici (è stato cresciuto da un nonno di origini napoletane) nella città partenopea e dirige la docu-fiction Napoli Napoli Napoli: dopo una serie di interviste realizzate nel carcere femminile di Pozzuoli rimane colpito dalle dichiarazioni delle detenute e innesta sulle loro storie tre diverse narrazioni, restituendo un’immagine della città vivida e vibratile.

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