
Il suo percorso inizia nei territori sicuri del cinema di genere tra la fine degli anni Cinquanta e l’alba dei Sessanta. In pellicole come Marinai, donne e guai (1958) e Non perdiamo la testa (1959), Tognazzi affina i tempi comici e quella sua parlata strascicata, sorniona, che esplode poi in Intrigo a Taormina (1960) e Il mio amico Jekyll (1960). Qui il gioco è ancora parodistico, un esercizio di stile che prosegue con Pugni, pupe e marinai (1961) e I fuorilegge del matrimonio (1963), dove però inizia già a intravedersi l’uomo capace di incarnare le piccole ipocrisie del cittadino medio.
La vera deflagrazione avviene quando incontra lo sguardo cinico di Dino Risi e quello anarchico di Marco Ferreri. In I mostri (1963), Tognazzi seziona l’italiano del boom, trasformandosi in una serie di icone di cattiveria e opportunismo. Poco dopo, con La donna scimmia (1964), tocca vertici di crudeltà psicologica raramente visti, interpretando un uomo che trasforma l’amore e la diversità in un fenomeno da baraccone. È l’inizio di una fase di sperimentazione estrema che lo porta a dirigere se stesso nel surreale Il fischio al naso (1967), tratto da Buzzati, un’opera kafkiana sulla paura della malattia che anticipa i temi della sua maturità.
Gli anni Settanta sono il decennio del Tognazzi “totale”. In Splendori e miserie di Madame Royale (1970), regala una p
Il culmine del suo nichilismo arriva con La grande abbuffata (1973), dove Tognazzi si spinge oltre ogni limite, mangiando fino alla morte in una celebrazione funebre del consumismo. Negli anni successivi, il suo sguardo si fa ancora più disilluso. Se in Il gatto (1977) gioca con i meccanismi del giallo condominiale, ne L’ingorgo (1979) di Comencini diventa uno dei tanti naufraghi di una civiltà paralizzata. La sua parabola si chiude idealmente con l’ironia storica di Dagobert (1984), confermando un talento che non ha mai smesso di rischiare, preferendo sempre il sapore aspro della verità alla rassicurante dolcezza della farsa.



