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Mario Monicelli: l’architetto del riso amaro

Parlare di Mario Monicelli significa raccontare la storia d’Italia attraverso una lente d’ingrandimento spietata, ironica e profondamente umana. Il regista viareggino  ha saputo trasformare la sconfitta in epica, elevando i “piccoli uomini” a protagonisti di un cinema che non ha mai smesso di parlarci.

Analizzando la sua filmografia attraverso i titoli proposti, emerge chiaramente l’evoluzione di un genere che, partendo dalla farsa e dal neorealismo rosa, è approdato alla satira sociale più graffiante.

Gli esordi con Totò: la nascita di un sodalizio

La carriera di Monicelli è indissolubilmente legata al Principe della risata. In Totò cerca casa (1949), diretto insieme a Steno, il tema è quello caldissimo del dopoguerra: la crisi abitativa. Qui il duo registra un successo strepitoso, utilizzando la maschera di Totò per mettere in luce i paradossi di un’Italia che cerca faticosamente di ricostruirsi.

Poco dopo, nel 1950, arriva Vita da cani (sempre in co-regia con Steno). In questa pellicola, Monicelli esplora il mondo dell’avanspettacolo, un universo di “poveri ma belli” (e meno belli) che lottano per la sopravvivenza dietro le quinte. È un film di transizione importante, dove la malinconia inizia a farsi spazio tra le risate.

Il successo internazionale e la commedia d’autore

Passando per Al diavolo la celebrità (1951), dove il gusto per il grottesco e la satira dei costumi si fa più marcato, arriviamo al punto di svolta definitivo: I soliti ignoti (1958). Considerato il “big bang” della commedia all’italiana, questo film reinventa il genere heist (il film di rapina) in chiave indigena. Un gruppo di disperati e dilettanti tenta il colpo della vita, fallendo miseramente ma entrando per sempre nel mito. La regia di Monicelli qui è magistrale: trasforma attori drammatici in giganti della commedia (si pensi a Gassman) e regala a Mastroianni e Totò ruoli indimenticabili.

L’impegno sociale e la satira internazionale

Negli anni ’60, Monicelli sposta lo sguardo verso un cinema più esplicitamente politico e sociale. I compagni (1963) è un’opera di un realismo d’altri tempi, un omaggio alle prime lotte sindacali nelle fabbriche tessili di fine Ottocento. Mastroianni, nei panni del professor Sinigaglia, incarna un intellettuale che guida la rivolta dei lavoratori con una dignità e un’umanità commoventi.

Con Casanova ’70 (1965), Monicelli torna a collaborare con Marcello Mastroianni per una satira sulla virilità italiana e sulle nevrosi moderne, in un viaggio picaresco che gioca con i generi e le ambientazioni internazionali. Infine, La mortadella (1971) rappresenta il Monicelli che guarda oltreoceano, con Sophia Loren protagonista di una paradossale odissea burocratica all’aeroporto di New York, simbolo di un’Italia che cerca il proprio posto nel mondo moderno tra sogni di emancipazione e radici popolari.

Mario Monicelli è stato un attento osservatore dei nostri vizi. Da Totò cerca casa a La mortadella, il suo cinema ci insegna che non c’è nulla di più serio del far ridere, e che spesso, dietro una risata, si nasconde la verità più profonda della nostra esistenza.

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