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Ugo Tognazzi: il cinismo come atto d’amore

Se c’è un filo rosso che lega la maschera di Ugo Tognazzi alla storia profonda dell’Italia, è la sua capacità di abitare il disagio con una naturalezza quasi scandalosa. A differenza dei suoi illustri colleghi della commedia all’italiana, Ugo non ha mai cercato la benevolenza del pubblico; al contrario, ha spesso scavato nel torbido, nel grottesco e nel fallimento biologico, diventando l’interprete prediletto di quel cinema che non voleva solo far ridere, ma disturbare.

Il suo percorso inizia nei territori sicuri del cinema di genere tra la fine degli anni Cinquanta e l’alba dei Sessanta. In pellicole come Marinai, donne e guai (1958) e Non perdiamo la testa (1959), Tognazzi affina i tempi comici e quella sua parlata strascicata, sorniona, che esplode poi in Intrigo a Taormina (1960) e Il mio amico Jekyll (1960). Qui il gioco è ancora parodistico, un esercizio di stile che prosegue con Pugni, pupe e marinai (1961) e I fuorilegge del matrimonio (1963), dove però inizia già a intravedersi l’uomo capace di incarnare le piccole ipocrisie del cittadino medio.

La vera deflagrazione avviene quando incontra lo sguardo cinico di Dino Risi e quello anarchico di Marco Ferreri. In I mostri (1963), Tognazzi seziona l’italiano del boom, trasformandosi in una serie di icone di cattiveria e opportunismo. Poco dopo, con La donna scimmia (1964), tocca vertici di crudeltà psicologica raramente visti, interpretando un uomo che trasforma l’amore e la diversità in un fenomeno da baraccone. È l’inizio di una fase di sperimentazione estrema che lo porta a dirigere se stesso nel surreale Il fischio al naso (1967), tratto da Buzzati, un’opera kafkiana sulla paura della malattia che anticipa i temi della sua maturità.

Gli anni Settanta sono il decennio del Tognazzi “totale”. In Splendori e miserie di Madame Royale (1970), regala una prova di un’umanità commovente e modernissima, vestendo i panni di un omosessuale che rivendica la propria identità in una società sorda. Il suo corpo diventa poi lo strumento per sbeffeggiare il potere e le sue ossessioni: dalla satira erotica di Venga a prendere il caffè da noi (1970) al labirinto burocratico de L’udienza (1972), fino alla critica feroce al militarismo di Il generale dorme in piedi (1972) e Vogliamo i colonnelli (1973). Quest’ultimo, in particolare, resta un capolavoro di satira politica, dove il suo Mariano Tricarico incarna la mediocrità di certi sogni autoritari.

Il culmine del suo nichilismo arriva con La grande abbuffata (1973), dove Tognazzi si spinge oltre ogni limite, mangiando fino alla morte in una celebrazione funebre del consumismo. Negli anni successivi, il suo sguardo si fa ancora più disilluso. Se in Il gatto (1977) gioca con i meccanismi del giallo condominiale, ne L’ingorgo (1979) di Comencini diventa uno dei tanti naufraghi di una civiltà paralizzata. La sua parabola si chiude idealmente con l’ironia storica di Dagobert (1984), confermando un talento che non ha mai smesso di rischiare, preferendo sempre il sapore aspro della verità alla rassicurante dolcezza della farsa.

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