
Uno dei primi grandi esempi della sua capacità di scardinare i generi è senza dubbio La decima vittima del 1965. In questo film, Petri si sposta nel territorio della fantascienza distopica, immaginando un futuro prossimo dove l’aggressività umana viene canalizzata in una caccia all’uomo legalizzata e spettacolarizzata dai media. Con l’estetica pop di Marcello Mastroianni e Ursula Andress, il regista anticipa in modo profetico la società dello spettacolo e la mercificazione della violenza, confezionando un’opera che brilla per design modernista e critica sociale tagliente.

Il culmine dell’indagine politica di Petri arriva nel 1971 con La classe operaia va in paradiso, capitolo fondamentale della sua “trilogia del potere”. Attraverso il personaggio indimenticabile di Lulù Massa, interpretato da un monumentale Gian Maria Volonté, Petri mette in scena l’alienazione della fabbrica non come una piatta cronaca sindacale, ma come un incubo febbrile. Il ritmo meccanico delle macchine si fonde con la psiche del protagonista, portando alla luce la disumanizzazione del lavoro salariato e il fallimento delle ideologie, senza risparmiare critiche feroci né al padronato né alle derive del movimento operaio.
Infine, con Todo modo del 1976, Petri realizza quello che può essere considerato il suo testamento politico più oscuro e funereo. Ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia, il film è una discesa agli inferi della classe dirigente democristiana, riunita in un albergo-eremo per esercizi spirituali che si trasformano in una serie di omicidi rituali. In un’atmosfera claustrofobica e decadente, Petri mette alla berlina il potere politico italiano, rappresentandolo come un corpo malato e autoreferenziale ormai prossimo al collasso, in una profezia visiva che avrebbe trovato una tragica eco nei fatti di cronaca degli anni successivi.



