Se il cinema contemporaneo avesse un poeta laureato in tempi sospesi, fumo di sigaretta e incontri casuali, quel titolo spetterebbe senza dubbio a Jim Jarmusch. Figura iconica del cinema indipendente americano, riconoscibile dalla sua perenne chioma argentea e dai suoi occhiali scuri, Jarmusch ha costruito una carriera celebrando l’ordinario e trasformandolo in qualcosa di ipnotico.
Le Radici del Minimalismo
Jarmusch irrompe sulla scena negli anni ’80 con uno stile spoglio, girando spesso in bianco e nero e rifiutando le strutture narrative tradizionali di Hollywood. Il suo esordio da studente, Permanent Vacation (1980), è un ritratto errabondo di un giovane che vaga per una New York decadente. Segue Stranger Than Paradise (1984), il film che lo consacra a livello internazionale. Con uno stile fatto di inquadrature fisse e neri prolungati tra una scena e l’altra, il regista racconta l’alienazione di tre giovani tra New York e la Florida. Questa fase iniziale si chiude idealmente con Down by Law (1986), una commedia carceraria esistenziale dove spicca l’energia di Roberto Benigni accanto a Tom Waits.
Il Viaggio e il Mito
Negli anni ’90, Jarmusch esplora i generi attraverso la sua lente stralunata. Con Mystery Train (1989) e Night on Earth (1991), utilizza la struttura a episodi per esplorare la coincidenza e lo scorrere del tempo in diverse città del mondo. Nel 1995 arriva Dead Man, un western metafisico in bianco e nero con Johnny Depp, che trasforma il genere in un viaggio sciamanico verso la morte, accompagnato dalle chitarre distorte di Neil Young.

Con Ghost Dog – Il codice del samurai (1999), Jarmusch firma uno dei suoi capolavori assoluti. Forest Whitaker interpreta un sicario afroamericano che vive sul tetto di un palazzo seguendo i precetti dell’antico codice d’onore giapponese. Il film è un amalgama perfetto di cultura hip-hop, filosofia orientale e cinema di genere. La colonna sonora curata da RZA dei Wu-Tang Clan sottolinea una narrazione sulla lealtà e sulla fine di un’epoca, dove il protagonista e i mafiosi italo-americani appaiono come relitti di un mondo che sta scomparendo.
La Ricerca del Passato: Broken Flowers
Dopo la parentesi di Coffee and Cigarettes (2003), una serie di conversazioni davanti a caffeina e tabacco, Jarmusch dirige Broken Flowers (2005). Vincitore del Grand Prix a Cannes, il film vede Bill Murray nei panni di Don Johnston, un uomo apatico che intraprende un viaggio attraverso gli Stati Uniti per rintracciare quattro sue ex amanti dopo aver ricevuto una misteriosa lettera anonima su un presunto figlio. È un’opera malinconica e sottile che riflette sui rimpianti e sulle diverse direzioni che può prendere una vita, culminando in un finale aperto diventato celebre tra gli appassionati.
Gli Ultimi Anni: Vampiri e Poeti
Il percorso del regista prosegue con esperimenti radicali come The Limits of Control (2009), un thriller astratto ambientato in Spagna, e Only Lovers Left Alive (2013), dove Tom Hiddleston e Tilda Swinton interpretano due vampiri colti e annoiati, simboli della resistenza della bellezza in un mondo ormai volgare. Con Paterson (2016), Jarmusch torna alla purezza del suo cinema raccontando la settimana di un autista di autobus poeta, interpretato da Adam Driver. La sua filmografia più recente include l’ironico horror politico The Dead Don’t Die (2019), che riunisce molti dei suoi attori feticcio in una apocalisse zombie surreale. Infine, a conferma della sua inesauribile vitalità artistica, Jarmusch ha sorpreso critica e pubblico con Father, Mother, Sister, Brother, presentato e premiato lo scorso anno alla Mostra del Cinema di Venezia. Quest’ultima opera, una riflessione intima e divisa in capitoli sulle relazioni familiari e il passare del tempo, ribadisce la sua capacità di catturare l’essenza dell’animo umano con la consueta, geniale essenzialità.



