La carriera di Valerio Jalongo è un percorso coerente e sorprendente, capace di muoversi con naturalezza tra documentario, cinema d’autore e indagine civile. Ogni suo film è un tentativo di interrogare il presente attraverso storie che parlano di noi, del nostro rapporto con il sapere, con l’immaginazione e con la memoria collettiva.
Il regista sta per tornare nelle sale con Wider than the Sky – Più grande del cielo, un documentario-evento che verrà proiettato dal 9 all’11 febbraio nei cinema italiani, distribuito da Wanted Cinema. Presentato in anteprima nazionale alla Festa del Cinema di Roma 2025, il film esplora l’intelligenza artificiale attraverso un approccio che intreccia neuroscienze, arte, coreografia e robotica, coinvolgendo studiosi, filosofi, danzatori e robot umanoidi in un dialogo che supera i confini disciplinari e geografici.
In uno scenario dominato da narrazioni apocalittiche sull’IA, Jalongo sceglie una prospettiva radicalmente diversa: considera l’intelligenza artificiale come un fenomeno che riguarda prima di tutto la cultura, la creatività e la condizione umana. Un percorso, come afferma lo stesso regista, verso una possibile “intelligenza collettiva”, radicata nella conoscenza condivisa dell’umanità.

La ricerca di Jalongo affonda le radici nel suo primo cinema, già attraversato dal desiderio di raccontare ciò che di più fragile e complesso abita la vita quotidiana.
In Messaggi quasi segreti (1998) Valerio Jalongo firma un’opera intensa e sospesa, dove il confronto generazionale si trasforma in un viaggio fisico ed emotivo tra l’Italia e l’Irlanda. Nel cast Ivano Marescotti, Brendan Gleeson e Anita Zagaria.
In Di me cosa ne sai (2009) indaga sull’improvviso declino dell’industria cinematografica italiana dopo gli anni d’oro. Attraverso materiali d’archivio e interviste a giganti come Fellini, Monicelli, De Laurentiis, Wenders e Ken Loach, il film cerca di capire se la fine di quella stagione irripetibile sia stata una fatalità o una scelta precisa. Un viaggio lucido e appassionato che intreccia grande cinema e storia politica, interrogando figure come Giulio Andreotti e Silvio Berlusconi per ricostruire l’identità perduta del nostro Paese.
In La scuola è finita, Valerio Jalongo torna a esplorare i nodi fragili della società italiana, spostando l’obiettivo tra i corridoi di un liceo romano che sembra un cantiere aperto, tanto fisico quanto emotivo. Il film si regge sull’intensità di Valeria Golino e Vincenzo Amato, due insegnanti che tentano, ognuno a proprio modo, di salvare uno studente difficile dal naufragio scolastico ed esistenziale. Lontano dai cliché del racconto pedagogico, Jalongo mette in scena un dramma corale dove la scuola non è solo un luogo di istruzione, ma lo specchio di un Paese che fatica a immaginare il futuro.
L’arte, la scienza e l’invisibile: i film della maturità
Il percorso del regista si apre ulteriormente verso nuove direzioni con Il senso della bellezza. Arte e scienza al CERN, documentario che racconta l’incontro tra la ricerca scientifica più avanzata e lo stupore estetico. Girato nei corridoi del più grande laboratorio di fisica al mondo, il film mette in dialogo fisici delle particelle e artisti, mostrando come entrambi inseguano la stessa tensione verso l’invisibile: la ricerca di ciò che dà ordine e mistero all’universo.
Questa attenzione al rapporto tra conoscenza, immaginazione e sguardo si ritrova anche in L’acqua l’insegna la sete – Storia di classe, dedicato a un gruppo di studenti romani filmati lungo più di un decennio. È un’opera profondamente umana che segue il tempo che passa, il cambiamento dei corpi, degli entusiasmi e delle paure. Il film diventa così una riflessione sull’educazione come cammino collettivo, sulla vulnerabilità degli anni della crescita e sulla responsabilità di chi guida.




