* Campi obbligatori
Il tuo Compleanno ( Giorno / Mese )

Viaggio nell’universo inquieto di Elio Petri

Elio Petri è stato una delle voci più inquiete, lucide e visionarie del cinema italiano, un autore capace di trasformare l’impegno civile in un’esperienza estetica allucinata e grottesca. A differenza di molti suoi contemporanei legati a un realismo più asciutto, Petri ha saputo iniettare nel cinema politico una dose massiccia di surrealismo e psicanalisi, indagando i meccanismi del potere e l’alienazione dell’individuo con uno stile visivo pop e, al tempo stesso, profondamente disturbante.

Uno dei primi grandi esempi della sua capacità di scardinare i generi è senza dubbio La decima vittima del 1965. In questo film, Petri si sposta nel territorio della fantascienza distopica, immaginando un futuro prossimo dove l’aggressività umana viene canalizzata in una caccia all’uomo legalizzata e spettacolarizzata dai media. Con l’estetica pop di Marcello Mastroianni e Ursula Andress, il regista anticipa in modo profetico la società dello spettacolo e la mercificazione della violenza, confezionando un’opera che brilla per design modernista e critica sociale tagliente.

Pochi anni dopo, nel 1968, Petri firma Un tranquillo posto di campagna, un’opera che segna un’incursione affascinante e terrorizzante nel genere horror-psicologico. Qui la riflessione si sposta sul ruolo dell’artista e sulla sua mercificazione all’interno del sistema capitalista. La villa veneta dove si rifugia il pittore interpretato da Franco Nero diventa il palcoscenico di una discesa nella follia, dove il confine tra realtà e allucinazione si sgretola completamente. È un film sensoriale, quasi tattile, che utilizza il genere per parlare della nevrosi creativa e dell’ossessione.

Il culmine dell’indagine politica di Petri arriva nel 1971 con La classe operaia va in paradiso, capitolo fondamentale della sua “trilogia del potere”. Attraverso il personaggio indimenticabile di Lulù Massa, interpretato da un monumentale Gian Maria Volonté, Petri mette in scena l’alienazione della fabbrica non come una piatta cronaca sindacale, ma come un incubo febbrile. Il ritmo meccanico delle macchine si fonde con la psiche del protagonista, portando alla luce la disumanizzazione del lavoro salariato e il fallimento delle ideologie, senza risparmiare critiche feroci né al padronato né alle derive del movimento operaio.

Infine, con Todo modo del 1976, Petri realizza quello che può essere considerato il suo testamento politico più oscuro e funereo. Ispirato al romanzo di Leonardo Sciascia, il film è una discesa agli inferi della classe dirigente democristiana, riunita in un albergo-eremo per esercizi spirituali che si trasformano in una serie di omicidi rituali. In un’atmosfera claustrofobica e decadente, Petri mette alla berlina il potere politico italiano, rappresentandolo come un corpo malato e autoreferenziale ormai prossimo al collasso, in una profezia visiva che avrebbe trovato una tragica eco nei fatti di cronaca degli anni successivi.

Reset della tua Password

Registrati