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Tra Totò e la Poliziotta: il mondo a colori (e in bianco e nero) di Steno

Il cinema di Stefano Vanzina, in arte Steno, è un mosaico vibrante che attraversa i decenni dell’Italia repubblicana con una grazia e un’ironia raramente eguagliate. Sebbene spesso etichettato come “artigiano”, termine che egli stesso rivendicava con orgoglio, Steno è stato un vero architetto della commedia, capace di passare dal rigore formale del cinema di genere alla satira di costume più graffiante. Riscoprire la sua filmografia significa viaggiare nelle viscere di un Paese che cambia, guidati da una cinepresa che non giudica mai, ma osserva tutto con un sorriso complice e intelligente.

Il suo percorso inizia a farsi solido già sul finire degli anni Quaranta. Nel 1948, con Il cavaliere misterioso, Steno ci regala un’incursione nel cappa e spada d’autore, mettendo in scena un Giacomo Casanova interpretato da un imponente Vittorio Gassman. È un’opera che dimostra la sua versatilità tecnica, una padronanza dell’ambientazione storica che prelude alla capacità di costruire mondi narrativi coerenti. L’anno successivo segna l’inizio del sodalizio leggendario con Mario Monicelli e il Principe della risata. In Totò cerca casa, la poetica di Steno si fa sociale: il problema degli sfollati e del carovita diventa materia per una farsa travolgente, dove il corpo di Totò si fa sintesi perfetta delle ansie di una nazione in cerca di stabilità.

Sempre con Monicelli, ma virando verso toni più malinconici, arriva nel 1950 Vita da cani. Qui Steno esplora il dietro le quinte del varietà, quel mondo di guitti e sognatori che egli conosceva profondamente. È un film che vibra di una tenerezza amara, un omaggio ai lavoratori dello spettacolo che anticipa certe atmosfere felliniane, restando però ancorato a un realismo schietto. La leggerezza esplode poi nel 1957 con Susanna tutta panna, una commedia brillante e “pop” che gioca con l’estetica degli anni Cinquanta. Marisa Allasio incarna l’ottimismo del boom economico in una pellicola ritmata, colorata, che dimostra come Steno sapesse maneggiare la commedia sofisticata con un tempismo impeccabile.

Il culmine della collaborazione con Totò e Peppino De Filippo giunge nel 1959 con I tartassati. In questo scontro titanico tra un evasore fiscale e un integerrimo finanziere (Aldo Fabrizi), Steno eleva la commedia a trattato sociologico. La precisione delle inquadrature e la gestione dei tempi comici trasformano una contesa burocratica in una danza antropologica sulle virtù e sui vizi italici. Pochi anni dopo, nel 1962, il regista si sposta in Brasile per Copacabana Palace, un film a episodi che brilla per la fotografia internazionale e il cast cosmopolita. È uno Steno più glamour, che però non perde mai d’occhio la costruzione precisa dei caratteri, anche immersi nel calore dei tropici.

Arrivati agli anni Settanta, la satira si fa più pungente e i temi si complicano. Nel 1974, con La poliziotta, Steno lancia Mariangela Melato in una sfida aperta al maschilismo della provincia italiana. Attraverso il genere, il regista colpisce la corruzione e il pregiudizio, mantenendo sempre quella freschezza narrativa che è il suo marchio di fabbrica. Due anni dopo, nel 1976, L’Italia s’è rotta offre una visione caustica e amara della condizione meridionale e del malcostume diffuso, un’opera forse meno celebrata ma fondamentale per capire il cinismo lucido con cui Steno guardava alla disgregazione sociale del tempo.

 

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