
Ripercorrere la sua carriera significa sfogliare l’album di un’Italia che cambia, partendo dalle fondamenta della commedia degli anni Cinquanta. In Gli innamorati (1955) di Mauro Bolognini, Manfredi si muove in una Roma popolare e vibrante, incarnando quel neorealismo rosa dove il sentimento prova a farsi strada tra le difficoltà del quotidiano. È un Nino ancora giovane, che affina i tempi comici in pellicole leggere ma sintomatiche dell’epoca come Susanna tutta panna (1957) e Carmela è una bambola (1958), dove la sua maschera inizia a delinearsi tra il candore e la furbizia del povero diavolo.

Il decennio dei Settanta sposta l’asticella verso un cinismo più cupo e grottesco. In Brutti, sporchi e cattivi (1976) di Ettore Scola, Manfredi compie un miracolo attoriale: trasforma il patriarca orbo Giacinto Mazzatella in un mostro di egoismo e ferocia, eppure così visceralmente umano da risultare magnetico nella sua abiezione. È il punto di non ritorno della “commedia all’italiana”, che si fa tragedia suburbana.
Negli anni Ottanta, l’attore continua a esplorare l’umanità dei margini con Café Express (1980) di Nanni Loy, dove il suo Michele Abbagnano, venditore abusivo di caffè sui treni, diventa l’eroe di una resistenza quotidiana contro l’indifferenza e la legge. La sua carriera prosegue tra nostalgia e mestiere, toccando corde popolari in Torna a Napoli (1982) e cimentandosi nella commedia a episodi con Questo e quello (1983) di Sergio Corbucci, dove la sua presenza garantisce ancora quel calore e quella dignità che solo i grandissimi sanno mantenere anche nei contesti più disimpegnati.
Manfredi ci ha lasciato in eredità la consapevolezza che si può ridere di tutto, a patto di non dimenticare mai la fragilità dell’uomo che sta dietro alla risata.



