* Campi obbligatori
Il tuo Compleanno ( Giorno / Mese )

Nino Manfredi: l’architetto del dubbio e la maschera dell’Italia ferita

Nino Manfredi non è stato solo un attore; è stato l’unità di misura dell’italianità media, il volto capace di tradurre in smorfia e sospiro il passaggio traumatico dal provincialismo rurale alla modernità urbana. Se Gassman era l’atleta della parola e Sordi il mostro delle nostre bassezze, Manfredi è stato l’artigiano del dubbio, colui che ha saputo iniettare una malinconia sottile anche nelle macchiette più popolari.

Ripercorrere la sua carriera significa sfogliare l’album di un’Italia che cambia, partendo dalle fondamenta della commedia degli anni Cinquanta. In Gli innamorati (1955) di Mauro Bolognini, Manfredi si muove in una Roma popolare e vibrante, incarnando quel neorealismo rosa dove il sentimento prova a farsi strada tra le difficoltà del quotidiano. È un Nino ancora giovane, che affina i tempi comici in pellicole leggere ma sintomatiche dell’epoca come Susanna tutta panna (1957) e Carmela è una bambola (1958), dove la sua maschera inizia a delinearsi tra il candore e la furbizia del povero diavolo.

La transizione verso ruoli più strutturati passa per titoli come Caporale di giornata (1958) e Camping (1958), film che sfruttano la sua capacità di abitare lo spazio cinematografico con una fisicità goffa ma straordinariamente comunicativa. Ma è l’incontro con il cinema internazionale e con la satira feroce a consacrarlo definitivamente. Nel 1963, con La ballata del boia di Luis García Berlanga, Manfredi regala una prova monumentale: il suo José Luis, un becchino che diventa boia per necessità burocratica e abitativa, è il simbolo dell’uomo schiacciato da un sistema kafkiano, un’interpretazione che resta tra le vette del cinema europeo.

Il decennio dei Settanta sposta l’asticella verso un cinismo più cupo e grottesco. In Brutti, sporchi e cattivi (1976) di Ettore Scola, Manfredi compie un miracolo attoriale: trasforma il patriarca orbo Giacinto Mazzatella in un mostro di egoismo e ferocia, eppure così visceralmente umano da risultare magnetico nella sua abiezione. È il punto di non ritorno della “commedia all’italiana”, che si fa tragedia suburbana.

Negli anni Ottanta, l’attore continua a esplorare l’umanità dei margini con Café Express (1980) di Nanni Loy, dove il suo Michele Abbagnano, venditore abusivo di caffè sui treni, diventa l’eroe di una resistenza quotidiana contro l’indifferenza e la legge. La sua carriera prosegue tra nostalgia e mestiere, toccando corde popolari in Torna a Napoli (1982) e cimentandosi nella commedia a episodi con Questo e quello (1983) di Sergio Corbucci, dove la sua presenza garantisce ancora quel calore e quella dignità che solo i grandissimi sanno mantenere anche nei contesti più disimpegnati.

Manfredi ci ha lasciato in eredità la consapevolezza che si può ridere di tutto, a patto di non dimenticare mai la fragilità dell’uomo che sta dietro alla risata.

Reset della tua Password

Registrati