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Wong Kar-wai: il regista che ha dipinto il tempo con i colori della malinconia

Se c’è un regista che ha saputo trasformare il tempo, l’attesa e la malinconia in pura materia estetica, quello è senza dubbio Wong Kar-wai. Autore simbolo della Second Wave del cinema di Hong Kong, ha ridefinito il concetto di melodramma urbano attraverso un linguaggio visivo inconfondibile fatto di colori saturi, l’uso ipnotico dello step-printing (quell’effetto rallentato e quasi liquido delle immagini), colonne sonore nostalgiche e personaggi perennemente sospesi tra il desiderio e il rimpianto. Ripercorrere la sua straordinaria carriera significa immergersi in una mappa emotiva dove i destini si incrociano e si mancano per un soffio, seguendo una rigorosa evoluzione cronologica.

Il viaggio inizia nel 1988 con As Tears Go By, l’esordio alla regia che flirta con il genere gangster, all’epoca popolarissimo a Hong Kong. Fortemente influenzato da Mean Streets di Martin Scorsese, il film mostra già i primi barlumi della poetica dell’autore poiché, dietro la violenza della malavita e il debito d’onore tra due “fratelli” criminali, emerge una tormentata storia d’amore clandestina. Si tratta dell’inizio di una rivoluzione visiva, in cui il genere diventa un pretesto per esplorare la solitudine urbana.

Con la sua opera seconda, Days of Being Wild del 1990, Wong Kar-wai trova la sua vera voce e inaugura quella che diventerà la celebre “trilogia degli anni ’60”. Abbandonati i canoni del cinema d’azione, il regista si concentra su Yuddy, un giovane cinico e tormentato alla ricerca della madre biologica. Qui fa la sua comparsa il feticismo per gli orologi, i treni e i rimpianti, ma soprattutto nasce il sodalizio con il direttore della fotografia Christopher Doyle, una collaborazione destinata a cambiare la storia dell’estetica cinematografica contemporanea.

Qualche anno dopo, nel 1994, arriva Hong Kong Express, un’esplosione di energia pop e vitalità urbana girata in tempi record durante una pausa dal montaggio del monumentale Ashes of Time. Diviso in due storie che si sfiorano appena nel quartiere di Tsim Sha Tsui, il film racconta la solitudine di due poliziotti dal cuore spezzato e i loro bizzarri modi di elaborare il lutto amoroso, tra lattine di ananas in scadenza e intrusioni domestiche sulle note di California Dreamin’. Il film è diventato un cult istantaneo in Occidente anche grazie alla distribuzione firmata da Quentin Tarantino.

Nato inizialmente come terza storia per la pellicola precedente, Angeli perduti del 1995 ne rappresenta il gemello oscuro, notturno e distorto. La Hong Kong di questo film è bagnata da luci al neon acide e ripresa attraverso grandangoli estremi che isolano i personaggi nello spazio. Sicari malinconici, agenti innamorate e giovani muti si muovono come fantasmi in una metropoli claustrofobica, consumati da una disperata e violenta ricerca di contatto umano.

Nel 1997, nel bel mezzo dello storico passaggio di Hong Kong alla Cina, Wong Kar-wai sposta lo sguardo a Buenos Aires per dirigere Happy Together, tormentata e tossica storia d’amore tra due uomini che è valsa al regista il premio per la Miglior Regia a Cannes. Il film si sviluppa come una cronaca dolorosa di strappi e riconciliazioni, dove il tango, i locali fumosi e il fragore delle cascate di Iguazù fanno da sfondo a una riflessione universale sullo sradicamento geografico, politico ed emotivo.

Il culmine della maturità stilistica viene raggiunto nel 2000 con il capolavoro assoluto In the Mood for Love. Proseguendo il discorso storico e intimo iniziato dieci anni prima, il regista mette in scena la quintessenza del melodramma raccontando la storia di due vicini di casa che scoprono il tradimento dei rispettivi coniugi. Il loro amore non si consumerà mai fisicamente, ma vivrà eternamente di sguardi rubati nei corridoi stretti, fumo di sigaretta, passi di danza sulle note del tema di Shigeru Umebayashi e abiti qipao impeccabili, in un film fatto di sottrazioni dove il non detto strazia il cuore più di qualsiasi confessione.

Questa sublime indagine sui sensi si riverbera nel 2004 all’interno di Eros, un film collettivo firmato insieme a Michelangelo Antonioni e Steven Soderbergh, in cui Wong Kar-wai contribuisce con lo struggente episodio intitolato The Hand. Nella Hong Kong degli anni ’60, viene raccontato l’amore impossibile e ossessivo tra un giovane sarto e una bellissima cortigiana d’alto bordo. Anche in questo caso, l’erotismo non è mai esplicito, ma si trasferisce interamente sul senso del tatto, sulla sensualità delle stoffe accarezzate e sulla memoria delle mani, offrendo un distillato perfetto di un cinema che non si limita a raccontare storie, ma evoca stati d’animo che rimangono impressi sulla pelle dello spettatore.

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