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Olivier Assayas: L’architetto del disordine e della memoria

La passione cinematografica di Olivier Assayas affonda le radici in una vera e propria mitologia familiare. Figlio d’arte, cresce respirando l’aria dei grandi set grazie al padre, Jacques Rémy, sceneggiatore e assistente di giganti come Ophüls e Pabst. Questa eredità non rimane solo teorica: ancora giovanissimo, Assayas si ritrova a mettere letteralmente le “mani in pasta” collaborando alla stesura di script internazionali come Superman di Richard Donner e Il principe e il povero di Fleischer, aiutando il padre ormai anziano. È un apprendistato silenzioso e concreto che gli trasmette la consapevolezza di voler fare film, pur non sapendo ancora come questa urgenza avrebbe preso forma.

Il punto di svolta arriva nel 1979 con il suo primo corto, Copyright, che attira l’attenzione di critici del calibro di Serge Daney e Serge Toubiana. È l’inizio di una stagione fondamentale ai Cahiers du cinéma, dove Assayas affina lo sguardo specializzandosi nel cinema dell’estremo oriente. Questa passione non resterà confinata alle pagine della rivista: il suo amore per registi come Hou Hsiao-Hsien filtrerà profondamente nel suo stile, regalando alle sue opere una delicatezza di tratto squisitamente orientale. Il debutto ufficiale avviene nel 1986 con Désordre, un’opera che già contiene l’anima del suo cinema: un’estetica “rock”, nervosa e moderna, unita a una sensibilità unica nel raccontare lo scontento e lo spaesamento degli adolescenti. Ma è con Irma Vep nel 1996 che Assayas conquista la ribalta internazionale, orchestrando un omaggio geniale al cinema di Hong Kong e al pioniere Louis Feuillade, legando la sua vita artistica e privata all’attrice Maggie Cheung.

Il percorso di Assayas prosegue attraverso generi e formati diversi, dalla sontuosa produzione in costume di Les Destinées sentimentales al ritorno politico di Qualcosa nell’aria, fino a raggiungere una nuova maturità nel legame con le grandi interpreti femminili. In Sils Maria scava nel confine tra realtà e finzione con Juliette Binoche, un’indagine che prosegue con toni più inquieti e sovrannaturali in Personal Shopper, dove ritrova Kristen Stewart in un racconto di fantasmi e solitudini digitali. Questa capacità di intercettare la contemporaneità si trasforma in commedia intellettuale ne Il gioco delle coppie (Doubles Vies), una riflessione frizzante e logorroica sulle mutazioni dell’editoria e delle relazioni nell’era dei blog.

Negli anni più recenti, Assayas ha continuato a sfidare le etichette, passando dall’ambizioso thriller spionistico di Wasp Network, basato sulla vera storia di cinque spie cubane, a una dimensione molto più intima e personale con Hors du temps del 2024. In quest’ultimo lavoro, il regista torna nella casa d’infanzia durante il lockdown, trasformando la costrizione domestica in un’esplorazione malinconica del tempo e delle radici familiari. Questo viaggio tra la grande Storia e l’intimità prosegue con l’atteso adattamento de Il mago del Cremlino, dove Assayas affronta le dinamiche del potere russo contemporaneo, confermandosi un autore capace di navigare con la stessa eleganza tra i fantasmi del passato e le complessità geopolitiche del presente.

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